7 Luglio 2022 - 8:07
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American Chronicles ep.2: le elezioni di midterm

“Midterm elections for first-term presidents are notoriously difficult” (Tim Kaine, senatore Democratico della Virginia).

“Tomorrow is Election Day. It’s what they call the midterm elections, and you can cut the indifference with a knife. It’s the day Americans leave work early and pretend to vote” (David Letterman, noto conduttore di talk show).

L’8 novembre 2022, Joe Biden e la sua amministrazione si troveranno di fronte a una nuova – l’ennesima – complessa sfida. Si tratta di una tappa di passaggio obbligatoria, la quale ha sempre rappresentato uno snodo cruciale per i Presidenti e ha spesso sancito la possibilità o l’impossibilità di portare a termine l’agenda di governo: Le elezioni di metà mandato, meglio note come elezioni di midterm. Durante le elezioni di metà mandato, i cittadini si recano alle urne per aggiornare completamente la composizione della Camera dei Rappresentanti (435 membri che rappresentano altrettanti distretti) e per aggiornare circa un terzo del Senato (ossia circa 33 senatori).

Il rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato avviene anche negli anni delle elezioni presidenziali (2012, 2016, 2020 e prossimamente 2024). Tuttavia, le elezioni di metà mandato hanno delle dinamiche e delle logiche completamente differenti. Quando sono abbinate alle elezioni presidenziali, il focus principale degli elettori è volto proprio all’elezione del prossimo Commander-in-Chief. In particolare, la sfida è tra i rappresentanti di due partiti che chiedono di essere eletti per attuare un certo programma. Al contrario, nelle elezioni di midterm non solo non c’è il traino della corsa alla Casa Bianca, ma le dinamiche tra i due partiti non sono simmetriche. In questo caso, infatti, da un lato ci sono i rappresentanti (alla Camera e al Senato) di un partito che è al governo – e che quindi sono ritenuti responsabili, in positivo o in negativo, delle politiche governative attuate nei due anni precedenti. Dall’altro lato, invece, ci sono i rappresentanti del partito che è all’opposizione e che, di conseguenza, può basare la propria campagna elettorale sulla critica alle politiche della Casa Bianca e sulla necessità di operare un cambio di maggioranza a livello legislativo.

Un altro tema cruciale delle elezioni di metà mandato è rappresentato dall’affluenza, come sottolineato ironicamente da David Letterman nella citazione riportata all’inizio dell’articolo. Di solito, il tasso di affluenza nelle elezioni di midterm è più basso del tasso di affluenza nelle annate in cui ci sono anche le elezioni presidenziali. In particolare, questa caratteristica può rivelarsi problematica per il partito del Presidente. Come analizzato nel corso di vari cicli elettorali, la dinamica è spesso la seguente: la base elettorale del Presidente è meno motivata a recarsi alle urne perché è ancora appagata dalla vittoria avvenuta due anni prima; al contrario, la base elettorale del candidato sconfitto è più motivata ad andare a votare anche per un desiderio di rivalsa. I dati confermano la minore affluenza nel corso delle elezioni di metà mandato. Ad esempio, le elezioni di midterm del 2018 ebbero un tasso di affluenza pari al 50%, mentre alle elezioni presidenziali del 2016 sono andati a votare – rispettivamente – il 60% e il 66% degli aventi diritto. Per di più, nel 2018 il tasso di affluenza è stato più alto rispetto al passato. Nel 2014, l’affluenza si è attestata sul 36,7%; nel 2010 il valore era al 41%, mentre nel 2006 era al 40% e nel 2002 era al 39,5%. Per comprendere meglio il divario tra le elezioni presidenziali e quelle di metà mandato, si può prendere in considerazione anche il seguente dato: dal 1946 ad oggi, l’affluenza più bassa alle elezioni presidenziali si è registrata nel 1996, con un tasso pari al 52%. Al contrario, nel 2018 le elezioni di metà mandato hanno avuto un’affluenza pari al 50%, ossia il dato più alto dal 1914 ad oggi. Per più di un secolo, dunque, alle elezioni di midterm hanno preso parte meno della metà degli aventi diritto.

Come si può evincere dai paragrafi precedenti, ci sono tutte le condizioni per un risultato negativo da parte del partito del Presidente in carica. Non a caso, i dati sembrano confermare questa intuizione. Dal 1910 ad oggi, il partito del Presidente ha perso seggi in almeno una delle due camere in tutte le elezioni di metà mandato, con tre sole eccezioni: le elezioni del 1934 (i Democratici di Roosevelt guadagnarono 9 seggi alla Camera e 9 al Senato); le elezioni del 1998 (i Democratici di Clinton guadagnarono 5 seggi alla Camera e non persero seggi al Senato); le elezioni del 2002 (i Repubblicani di Bush guadagnarono 8 seggi alla Camera e 2 seggi al Senato). In tutte le altre occasioni, il partito incumbent ha concluso questi cicli elettorali con un saldo negativo. Nelle 28 elezioni di midterm svoltesi dal 1910 ad oggi, il partito del Presidente ha perso seggi in entrambe le Camere in ben 20 occasioni.

Particolarmente significativo è l’esempio delle elezioni di metà mandato del 2010, in cui i Democratici di Obama persero 63 seggi alla Camera e 6 al Senato. Quella tornata elettorale è esemplificativa del ruolo del midterm come veicolo dell’insoddisfazione nei confronti delle politiche presidenziali. L’agenda di Obama era molto ambiziosa e prevedeva, tra le altre cose, la riforma sanitaria – nota come Obamacare. La crisi economica iniziata nel 2007, la riforma sanitaria e una malcelata insoddisfazione per l’elezione di un Presidente afroamericano hanno messo in grande difficoltà il Partito Democratico in quell’occasione. Come detto, i Dem persero decine di seggi, nonché la maggioranza al Congresso, il che limitò di molto il margine di azione presidenziale. Tuttavia, degli sconvolgimenti ci furono anche in seno al Partito Repubblicano. Per ogni seggio, i candidati dei due principali partiti sono infatti scelti tramite un sistema di primarie. La direzione del partito – sia statale che nazionale – esprime una preferenza (da intendersi come un endorsement) nei confronti di uno dei candidati. Negli ultimi anni, tuttavia, sempre più candidati non affiliati si presentano alle primarie per sconfiggere il candidato che rappresenta l’establishment del partito. Nel corso del 2010, il movimento di estrema destra Tea Party vide la vittoria alle primarie – e successiva elezione – di molti suoi componenti, come il senatore texano Ted Cruz.

Un fenomeno simile al movimento Tea Party del 2010 si è verificato qualche anno dopo in seno al Partito Democratico. Dalle elezioni del 2018 in poi, sempre più candidati progressisti cercano di sconfiggere nelle primarie candidati più centristi e apprezzati dalla direzione del partito. Emblematico è il caso di Joe Crowley, potente Democratico alla Camera che stava pianificando la sua candidatura al ruolo di Speaker, ma che è stato sconfitto dall’allora sconosciuta candidata progressista Alexandria Ocasio-Cortez.

Le elezioni di midterm del 2022 si prospettano, come da tradizione, non semplici per Joe Biden e il Partito Democratico. Nei primi due anni di presidenza, Biden ha dovuto gestire una moltitudine di situazioni complesse, alcune delle quali sono ancora in corso – come è stato dettagliato nel corso del primo episodio. Inoltre, il suo tasso di gradimento è alquanto basso e oscilla attorno al 42% dall’inizio dell’anno.

Al momento, i Democratici hanno 221 seggi alla Camera, contro i 209 dei Repubblicani (5 seggi sono vacanti). Stando ai vari sondaggi e alle analisi, lo scenario attualmente più probabile vede il guadagno di qualche seggio da parte del Partito Repubblicano. Quello che non si può ancora prevedere con certezza, però, è se questo guadagno sarà sufficiente per ottenere la maggioranza. Inoltre, bisogna considerare il fatto che di recente i distretti elettorali sono stati ridisegnati dalle legislature statali. Stando al popolare sito FiveThirtyEight, questa operazione di Redistricting dovrebbero favorire il Partito Democratico e, quindi, potrebbero permettere ai Dem di contenere le perdite.

La situazione al Senato è probabilmente ancora più delicata. Il Senato è stato, in questi due anni, il punto debole dell’amministrazione Biden. A causa della suddivisione equa dei seggi – 50 Dem e 50 GOP – il Presidente ha bisogno di completa compattezza da parte del suo partito per approvare un qualsiasi progetto di legge (in caso di 50 voti favorevoli e 50 contrari, il voto decisivo è espresso dalla Vicepresidente Harris). Tuttavia, molte delle riforme più ambiziose sono state ridimensionate – o si sono ancorate nel processo decisionale – a causa dell’opposizione dei senatori Democratici più moderati, come Kelly e Sinema (entrambi dell’Arizona) e soprattutto di Joe Manchin III. Eletto in West Virginia – uno Stato in cui Trump ha ottenuto il 70% dei voti – Manchin è l’ago della bilancia al Senato e trae il suo potere dal fatto che nessun altro democratico potrebbe vincere un seggio in West Virginia. Per questo motivo, per quanto a volte Biden e il capogruppo al Senato Schumer possano essere infastiditi con Manchin, essi non possono sostenere un candidato rivale nel corso delle prossime primarie.

In questa tornata elettorale, gli elettori voteranno per rinnovare 35 seggi al Senato. Di queste 35 elezioni, 23 sono considerate dall’esito abbastanza prevedibile, con una facile conferma del partito detentore del seggio. Altre 12 elezioni, invece, sono più combattute. Di queste 12 elezioni, sono 5 le sfide in cui i partiti proveranno ad aumentare il numero di seggi sotto il loro controllo. In particolare, i Repubblicani proveranno a conquistare i seggi dei senatori Kelly (Arizona), Warnock (Georgia) e Masto (Nevada). In tutti e 3 i casi, si tratta di Swing States, ossia di stati in cui il margine tra i due partiti è ridotto e in cui l’esito delle elezioni è incerto. Al contrario, i Democratici proveranno a conquistare i seggi dei senatori Toomey (Pennsylvania) e Johnson (Wisconsin). In questo caso, i Dem provano ad approfittare dell’impopolarità di Johnson e del fatto che Toomey non si ricandida. Come mostrato da numerosi studi, i candidati incumbent hanno maggiori possibilità di essere rieletti. L’assenza di Toomey, in uno Stato in cui le ultime elezioni sono state spesso vinte dai Democratici, è quindi un’occasione che il Partito Democratico punta a sfruttare.

I risultati più probabili per il nuovo Senato, dunque, prevedono una situazione ancora equilibrata, in cui il margine tra i due partiti sarà al massimo di un paio di seggi. In uno scenario di 51 Democratici e 49 Repubblicani, il senatore Manchin avrà meno potere, ma Biden e Schumer dovranno comunque mantenere saldo il controllo sul caucus Democratico al Senato. In uno scenario di 51 Repubblicani e 49 Democratici, il nuovo Majority Leader del Senato sarà Mitch McConnell (Repubblicano, Kentucky). Già leader di maggioranza negli ultimi due anni della Presidenza Obama, McConnell è noto per il suo approccio spregiudicato nell’utilizzo di pratiche ostruzionistiche che possano bloccare il passaggio di proposte di legge gradite dalla Presidenza. A certificazione di ciò, si può citare un aneddoto raccontato da Obama nel suo libro. Nel 2016, McConnell aveva bloccato il processo di discussione e votazione di un disegno di legge. Di conseguenza, il Vicepresidente Biden ha organizzato un incontro con lui per spiegargli gli aspetti positivi del disegno di legge. Dopo averlo fatto parlare, McConnell rispose con un lapidario: “You must be under the mistaken impression that I care”. Nel caso di una maggioranza repubblicana al Senato, le riforme dell’amministrazione Biden potrebbero arrestarsi definitivamente.

A cura di Stefano Pasquali

Redazione

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