23 Maggio 2019 - 10:20
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AMATRICE: IL BORGO SCOMPARSO   

Amatrice è divenuta tristemente nota a causa del terremoto avvenuto il 24 agosto 2016 che ha interessato parte dell’Italia centrale; il paese, inserito nel 2015 tra i borghi più belli d’Italia, è stato quasi interamente distrutto, senza lasciare la possibilità ai più di visitarlo. Per tali ragioni quella che segue è una breve descrizione della storia e della cultura del luogo, con la speranza di dare almeno un’idea generale su cosa sia andato perduto con il terremoto.

Amatrice si estende lungo un altopiano centrale circondato da rilievi appenninici (Monti della Laga) con vette che superano anche i 2000 metri di altitudine; il territorio comprende anche il lago Scandarello, un bacino artificiale. Il paese è situato in una zona di passaggio tra il versante tirrenico ed adriatico, trovandosi al confine di ben quattro diverse regioni: Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Dal 1927 fa parte della provincia di Rieti mentre, per più di 600 anni, era in provincia di L’Aquila. Amatrice è facilmente raggiungibile, da sud, procedendo lungo la via Salaria dopo aver superato Rieti, o da nord, provenendo da Ascoli Piceno.

Una volta giunti a destinazione, passeggiando per le vie del piccolo centro storico, si nota innanzitutto corso Umberto I, vera e propria “passeggiata” per gli abitanti, sovrastato da uno dei simboli della cittadina: la torre civica (XII secolo). Un altro simbolo di Amatrice è certamente lo storico Hotel Roma, a via dei Bastioni, aperto dal 1897. Di sicuro interesse storico sono anche la Chiesa di Sant’Agostino (XV sec.) e la chiesa di San Francesco (XIV sec.), entrambe caratterizzate da un portale gotico ed aventi affreschi risalenti al quattrocento, quali ad esempio l’Annunciazione e la Madonna con bambino e angeli. Da visitare anche il “Parco in Miniatura”, un piccolo parco che riproduce in scala il territorio e gli animali facenti parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Tra le personalità più importanti legate ad Amatrice va ricordato Nicola Filotesio (1480 circa-1547 circa), detto Cola dell’Amatrice, pittore, scultore e forse anche architetto realizzando importanti opere, tra cui una Dormitio Virginis conservata ai Musei Capitolini. Di recente la regione Lombardia ha promosso un progetto, accogliendo la proposta del famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi, per la promozione delle opere del pittore legato al territorio amatriciano: si tratta di una mostra itinerante che avrà luogo nelle città di Milano, Mantova, Ascoli Piceno e L’Aquila il prossimo dicembre.

Da un punto di vista enogastronomico Amatrice è la patria degli omonimi spaghetti, tale ricetta, che non ha certo bisogno di presentazioni, ha fatto la fortuna della cucina romana, rendendola famosa in tutto il mondo. L’uso del sugo all’amatriciana a Roma si deve ad una forte emigrazione degli amatriciani verso la capitale, allevatori che si scoprirono ristoratori con la loro ricetta più celebre; risale infatti al 1860 il primo ristorante amatriciano. Forse però non tutti sanno che l’amatriciana esisteva già ben prima dell’importazione dalle Americhe del pomodoro: era la cosiddetta gricia (unto e cacio per gli abitanti del paese) e consisteva semplicemente in spaghetti, pecorino e guanciale. Se, come detto poc’anzi, l’amatriciana non necessita di spiegazioni, vi è un’altra ricetta tipica di questa terra meno famosa ma altrettanto buona: la “cicerchiata”, ossia delle palline fritte preparate con farina, uova e miele, tipiche per il periodo natalizio o per carnevale. Tale dolce è tipico dell’Italia centrale, ma è molto caro agli amatriciani, come dimostra la simpatica sfida ai fornelli tra chef Rubio e il guru dell’amatriciana Memmo andata in onda su DMax durante il programma “Unti e bisunti” dello scorso agosto 2013.

Purtroppo oggi gran parte di questa descrizione non trova più riscontro nella vita reale, ma è affidata al web e alla memoria collettiva di quanti hanno vissuto o visitato Amatrice. E’ importante tuttavia tenere vivo il ricordo del paese per non dimenticare mai ciò che si è perso, con la speranza che, un giorno, tutto questo sarà di nuovo visibile ad occhio nudo.

 

A cura di Giacomo Guglielmi

 

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