19 novembre 2018 - 6:49
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Afrin: ed ora?

La scorsa domenica le forze dell’Esercito Siriano Libero (F.S.A.) con il supporto della Turchia hanno preso il controllo della città di Afrin, principale obiettivo di un’operazione militare in corso da ormai due mesi volta a colpire le milizie curde presenti in territorio siriano. La perdita di quest’importante località pone un freno alle aspirazioni di autonomia curde nella regione e rafforza la presenza militare turca nel paese limitrofo.

I ribelli siriani sembrano essere penetrati nella città senza combattere, grazie al ritiro delle milizie curde delle Unità di Protezione Popolare (Y.P.G.). «La città è stata conquistata questa mattina alle 8:30 (le 6:30 italiane)», ha annunciato il presidente turco Erdogan. «Le forze ribelli siriane alleate dei turchi hanno preso il «controllo totale della città.» Il Sultano ha inoltre ribadito che non si tratta di una campagna di invasione, bensì di un’offensiva contro il terrorismo.

I combattenti siriani, che inizialmente avevano imbracciato le armi per opporsi al presidente Bashar al-Assad, ora si scontrano con i Curdi siriani che cercano di ritagliarsi un’enclave autonoma nel nord del paese. La presa di Afrin rientra in un più ampia operazione di Ankara volta ad impedire allo Y.P.G. di rinforzare la propria presenza ai confini turchi. Per raggiungere questo scopo, Erdogan si avvale anche del supporto di ribelli siriani che in precedenza avevano trovato rifugio in Turchia. Ciò ha provocato controversie tra le fila dell’opposizione siriana, poiché alcuni sostengono che le milizie siriane supportate dalla Turchia ora combattano contro i loro stessi connazionali. Altri però ritengono che la protezione turca sia il modo migliore per stabilire aree libere dal controllo del governo di Damasco.

La cattura di Afrin potrebbe avere forti ripercussioni sul conflitto siriano. Si tratta infatti di un importante successo per Ankara, che consolida così la propria presenza lungo il confine con il nord della Siria, dove già sosteneva diversi gruppi armati.

La guerra in Siria, in corso ormai da 7 anni, ha già causato la morte di più di 350mila persone, costringendo oltre metà della popolazione del paese a lasciare le loro abitazioni o fuggire all’estero, come i tre milioni di Siriani che hanno trovato rifugio in Turchia. Di conseguenza, Ankara potrebbe sfruttare i nuovi territori sotto il suo controllo per trasferivi parte dei rifugiati che ospita, così da alleggerire il peso gravante sulle proprie regioni orientali. La conquista di Afrin rappresenta un successo per Erdogan, inoltre minaccia di non essere che l’inizio di una più grande offensiva. Infatti, il Presidente turco ha più volte dichiarato che le forze turche mirano a strappare allo YPG il controllo delle città di confine così da mettere in sicurezza la zona fino alla frontiera con l’Iraq.

Mentre per i Curdi siriani la perdita di Afrin rappresenta un grave colpo. Le milizie curde finora si erano tenute per lo più fuori dalla guerra civile che affligge il Paese, concentrando i loro sforzi nella formazione di una regione autonoma nel nord. Prima dell’attacco turco, il Rojava, la zona controllata dalle forze curde, comprendeva la maggior parte della fascia nord e nord-est della Siria, in particolare le aree a maggioranza curda. In seguito alla perdita della posizione strategica di Afrin, lo YPG ha di fatto perso il controllo di una porzione importante di questo territorio, circa un terzo. Di conseguenza il loro progetto di autodeterminazione sembra sempre più inverosimile. Inoltre, ora anche le altre regioni dove i Curdi hanno attestato le loro posizioni sono a rischio.

Lo scontro tra Curdi e milizie filo-turche ha inoltre un altro risvolto. Il pericolo rappresentato da Ankara ha infatti costretto i Curdi a distogliere parte delle proprie forze precedentemente impegnate nella lotta contro le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico. Finora infatti i Curdi sono stati l’asse portante delle Forze Democratiche Siriane che hanno fronteggiato i jihadisti con il supporto della coalizione internazionale a guida statunitense.

I Curdi ed i Turchi sono stati i principali protagonisti della lotta per il controllo di Afrin e delle zone vicine, ma la perdita di quest’area colpisce anche il Presidente siriano Bashar al-Assad. Il regime siriano è fortemente contrario all’avanzata delle forze sostenute da Ankara nel nord, di conseguenza ha fatto affluire combattenti verso le regioni settentrionali per cercare di arginare l’offensiva turca. La vittoria di Ankara giunge in un momento favorevole per il governo di Damasco che, principalmente grazie all’aiuto russo, è riuscito a ristabilire la propria autorità in vaste aree del Paese. In questo contesto, la conquista di Afrin pone una regione d’importanza strategica sotto il controllo di Ankara, il che significa fuori dall’orbita di Assad.

Di fronte a questi nuovi sviluppi sul fronte siriano, l’Europa è rimasta sostanzialmente inerte. Il Vecchio Continente, preoccupato per le conseguenze di una dura presa di posizione ed in assenza di mezzi adeguati, ha preferito restare a guardare. Ha prevalso la realpolitik, che vede gli interessi dei singoli stati fortemente legati ad Ankara per scambi commerciali, questione migranti, gasdotti e via dicendo. Nulla che agli occhi dei governi europei valga la pena sacrificare per i Curdi di Afrin.

Attualmente ai Curdi restano nei cantoni orientali, dove possono contare sul supporto di Washington che ha bisogno di loro per contrastare l’Iran, per indebolire Assad e per mantenere la propria presenza sul terreno. Ma è evidente che nel lungo periodo gli interessi della popolazione curda rischiano di essere sacrificati per l’ennesima volta, come già accaduto in passato, di fronte agli interessi delle varie potenze presenti sullo scacchiere.

A cura di Nicola Ghedin

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