25 settembre 2018 - 20:13
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Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 15-11-2017 Roma Politica La Federazione Nazionale della Stampa Italiana incontra il Ministro Marco Minniti Nella foto Federica Angeli Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 15-11-2017 Roma (Italy) Politic The National Federation of Italian Press meets Minister Marco Minniti In the pic Federica Angeli

A mano disarmata: incontro con Federica Angeli

 

 

Ieri alla Biblioteca della Camera si è tenuto un incontro con Federica Angeli, giornalista de La Repubblica, che ha presentato il suo libro “A mano disarmata”. Erano presenti anche Alfonso Sabella, ex Assessore alla legalità del Comune di Roma con delega sul litorale di Ostia, e Marco Minniti, ex Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. A moderare l’incontro Stefano Costantini, capo della redazione di Roma di Repubblica.

Tutti e tre elogiano Federica Angeli per vari motivi. Il primo è Alfonso Sabella, che le dà il merito di aver portato luce dove non c’era, di aver illuminato una realtà che era piuttosto buia. Non solo, tra i meriti più grandi di Federica Angeli c’è la capacità di averci spinto a farci domande continue. Soprattutto, ci ha insegnato a chiamare le cose con il proprio nome. Non è un caso che viva da circa 2.000 giorni sotto scorta. Tutto perché nel 2013 ha deciso di denunciare un fenomeno che non esiste solo in Sicilia, ma che interessa anche il litorale romano.

La mafia.

Già, la mafia esiste anche a Roma. Esiste nel X Municipio. Esiste a Ostia, il quartiere di Federica Angeli. Esiste e va chiamata mafia, perché alcune attività criminali con un tale controllo del territorio rispondono ad un solo nome.

E lei non aveva intenzione di far passare nulla in cavalleria. Non poteva lasciare che lo facessero il clan degli Spada e quello dei Fasciani. Non sarebbe stata coerente con il suo percorso. Non sarebbe stata coerente con il suo carattere. Così si è imbarcata per un lungo viaggio che ha coinvolto anche suo marito ed i suoi figli. Perché quando si vive sotto scorta bisogna rinunciare a un sacco di cose. Non si possono abbassare i finestrini della macchina. Non si può viaggiare nella stessa auto dei propri familiari. Non si può neanche stare troppo vicini alle finestre al ristorante. Si abbraccia una vita piena di rinunce per un bene più grande. Quasi una missione. La verità.

Per portare la verità in superficie ci sono persone disposte a fare grandi sacrifici. Come quello che ha fatto Federica Angeli. Non solo, portando la sua famiglia in questo viaggio, ha dovuto trovare un modo di presentare la storia ai suoi figli. In questo modo la scorta è stata presentata come un premio ricevuto dal giornale per aver scritto un articolo particolarmente bello. I vari membri del clan degli Spada erano tutti corteggiatori da tenere lontano. Un po’ come il gioco della “Vita è bella” di Benigni.

Stefano Costantini, il caporedattore di Federica Angeli, ha parlato del privilegio e onore del lavorare con lei. Si tratta infatti di una “cronista di razza”, come la definisce lui. Qualcuno che una volta che fiuta la notizia non la lascia andare. Una kamikaze della notizia. Il libro “A mano disarmata” è la prova di cosa significhi fare la giornalista. Non solo, dimostra anche, quando si vogliono davvero cambiare le cose, si ottengono dei risultati. Alla fine, il valore di Federica Angeli si è visto tutto. Il suo giornale si è schierato con lei, non l’ha lasciata sola in questa battaglia. Ormai non è più necessario domandarsi se si tratti di mafia o meno. È mafia. Bisogna eliminare ogni possibilità di equivoco su questo fronte.

Un altro tema sottolineato da Stefano Costantini è quello dell’eroismo. “Maledetto il paese che ha bisogno di eroi”. Già, perché in un Paese normale Federica Angeli non sarebbe un’eroina. Sarebbe una professionista che svolge al meglio il suo lavoro. In un Paese come il nostro si rischia di essere sequestrati o si rischia la morte, dunque si finisce sotto scorta. Anche fare un mestiere normale come quello del giornalista può diventare molto pericoloso.

Arriva poi il momento di Sabella. “A mano disarmata” lo ha lasciato molto addolorato. Gli ha ricordato di quando era lui a vivere sotto scorta. Quando la vita piena di limitazioni per aver semplicemente fatto il suo dovere era la sua. Ricorda del giorno in cui è arrivato a Ostia. Appena arrivato, ha sentito un odore molto familiare. Ha sentito l’odore di mafia. Egli sostiene che in questo paese si diventi eroi per una semplice ragione: perché gli altri non lo fanno. Quando è arrivato ad Ostia e ha iniziato a smantellare tutti gli stabilimenti abusivi, non c’era nessuno a fermarlo. I clan non si aspettavano un atteggiamento del genere. Nessuno ci aveva mai provato. Il punto adesso è fare in modo che Federica Angeli non diventi un’eroina. Non deve essere posta su un piedistallo e guardata da lontano. Deve essere una cittadina che ha fatto il suo dovere civico. La lotta non deve essere personalizzata, altrimenti l’eroe lotterà sempre da solo. Se invece si combatte insieme, più grande è il bersaglio e più sarà difficile da abbattere.

Prima di passare la parola a Federica Angeli, è il turno di Marco Minniti. Per lui, “A mano disarmata” è una storia straordinaria. È la storia di una donna coraggiosa che deve riuscire a tenere insieme cose che solitamente un uomo non deve conciliare. La sua sensibilità va oltre la mera dimensione eroica. Federica riesce ad affrontate ciò che le capita da donna, non da eroina. Non è un’unta dal Signore, rimane umana. Si sofferma poi sul ruolo della democrazia rispetto all’inchiesta. Se all’interno della democrazia non c’è l’inchiesta, è necessario farsi delle domande. Infatti, il punto fondamentale della democrazia è tutelare il diritto alla parola di chi la pensa in modo diverso. Nel momento in cui ciò viene meno, assistiamo ad un corto circuito della democrazia. Inoltre, è necessario riconoscere un fenomeno e chiamarlo con il proprio nome. Non si deve essere spaventati da un’etichetta. È solo uno strumento funzionale per risolvere un problema. In tutto questo, la politica deve riuscire ad intervenire prima. Deve riuscire a fermare il consolidamento di alcune dinamiche prima che sia troppo tardi.

Infine, la parola arriva a lei. L’eroina che non dovrebbe essere tale. La giornalista che ha semplicemente fatto il suo mestiere, o forse anche qualcosa in più. Federica Angeli è sincera, lo dice lei per prima: “Non risparmio nessuno, parlo delle malefatte di tutti senza colore”. Non ha qualcuno contro cui si scaglia, non ha un bersaglio preferito. Il suo scopo è raccontare tutto a 360 gradi. Far emergere un mondo sommerso lontano dai palazzi. Il suo metodo di comunicazione è fatto di scelte molto precise. Non le piace andare in televisione perché lo considera uno strumento per porre distanza, invece che per avvicinare. Per questa ragione, preferisce scrivere sui social. Le sembra di rimanere più vera, di non diventare un personaggio. Se ciò avvenisse, sarebbe un disastro. A quel punto si ritroverebbe a combattere da sola. Perché i personaggi non sono esseri umani. Nell’immaginario collettivo sono in un’altra dimensione. Eppure, trasformarla in un personaggio sarebbe stato fin troppo facile. Prima giornalista sotto scorta per mafia romana. Per non parlare del fatto che è madre di tre bambini. Insomma, i presupposti c’erano tutti. Lei però ha scelto di giocare diversamente le sue carte. Non si è messa su un piedistallo. Nonostante tutte le difficoltà che comporti il vivere sotto scorta, lei è voluta rimanere a contatto con le persone. Così ha organizzato la marcia per la legalità ad Ostia. Lì era esattamente dove sarebbe dovuta essere. In mezzo alla gente, per portare la testimonianza di una verità scomoda che molti faticavano a vedere e chiamare con il giusto nome.

 

 

 

 

A cura di Beatrice Petrella

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