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27 maggio 2018 - 10:45
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40 anni dopo il rapimento di Aldo Moro

Il 16 marzo 1978 un convoglio delle Brigate Rosse circondò l’auto all’interno di cui viaggiava Aldo Moro protetto  dalla sua scorta. 40 anni fa iniziavano i 55 giorni più lunghi della Prima Repubblica.

L’operazione era stata organizzata nei minimi dettagli. Nulla poteva essere lasciato al caso. Pochi giorni prima erano iniziati a Torino i processi contro il ramo storico delle Brigate Rosse, guidato da Renato Curcio e Alberto Franceschini. Era necessario rispondere a quel processo dello Stato con un processo allo Stato. Lo ha dichiarato Adriana Faranda in un’intervista La Repubblica.

Era necessario dunque scegliere l’imputato.

Al momento della pianificazione, le Brigate Rosse avrebbero potuto decidere tra Fanfani o Andreotti. Fanfani era troppo lontano dai giochi di potere, Andreotti era l’uomo del potere. Ma non era la mente. La mente era Aldo Moro.

Una volta individuato l’obiettivo, era necessario decidere come agire. Iniziarono dunque le “inchieste”, ovvero le indagini e i pedinamenti dei brigatisti per conoscere le loro vittime.

La prima ipotesi fu quella di rapirlo mentre pregava nella chiesa di Santa Chiara a Roma. Lì era in compagnia solo di due uomini della scorta. Sarebbe stato estremamente semplice portarlo via senza ferire nessuno. Ma la chiesa si trovava in una zona frequentata. Se qualcosa fosse andato storto ci sarebbero state vittime innocenti. I terroristi non potevano permetterselo.

Così si decise di fargli un agguato in una zona isolata, all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Lì non avrebbero avuto problemi. Sì, avrebbero ucciso tutti gli uomini della scorta, ma erano uomini di un sistema marcio e corrotto che stavano purificando. Non erano vittime innocenti. Erano solo dei mattoni nel muro che volevano scardinare.

La mattina del 16 marzo Aldo Moro uscì di casa pensando agli studenti che di lì a poco avrebbe incontrato all’università La Sapienza per parlare delle loro tesi di laurea. Pensò che dopo avrebbe dovuto recarsi in Parlamento. Pensò che non fossero giorni facili per un Paese tenuto sotto scacco dalla crisi economica e dal terrorismo. Uscì di casa con il suo doppiopetto scuro. Quel giorno il IV ministero Andreotti avrebbe ricevuto la fiducia. Sembrava un governo come un altro, in realtà sarebbe stato il primo dal 1947 con l’appoggio del Partito Comunista.

Ma Aldo Moro non avrebbe fatto in tempo a vederlo. Alle 9:05 del 16 marzo, il convoglio delle Brigate Rosse lo portò via, sparando senza pietà sulla sua scorta. Non ci fu via di fuga per nessuno. Così iniziarono i 55 giorni più lunghi della Prima Repubblica. 55 giorni che ancora toccano il paese e dopo 40 anni parlano come se fossero ieri. Perché tante cose sono ancora da chiarire. Perché tante versioni non combaciano. Perché ci sono ancora tanti buchi nelle testimonianze di chi prese parte al rapimento e alla sua pianificazione.

La figlia di Walter Tobagi, giornalista vittima delle Brigate Rosse, ha sottolineato un punto molto importante durante “Tutta la città ne parla”, in diretta su Radio 3. Uno dei vari problemi che il nostro paese ha con il terrorismo di sinistra è l’atteggiamento ambiguo nei suo confronti. Molti dei salotti degli intellettuali di sinistra hanno salutato i membri delle  Brigate Rosse come i benvenuti, come i combattenti di una guerra giusta.  Questo atteggiamento di flirt, con quello che è stato uno dei gruppi terroristici più pericolosi della nostra storia, si è rivelato estremamente dannoso per comprendere gli eventi e valutare il da farsi in determinate situazione. Non è caso che, passati 40 anni, ci sia ancora una fitta coltre su come si siano svolti i fatti. Una cosa però è certa: 40 anni fa qualcosa si è spezzato in via Fani all’incrocio con via Stresa. Qualcosa che modificherà le sorti del nostro Paese per sempre.

 

beatrice petrella

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