15 dicembre 2017 - 3:23
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2017: la vera Muraglia cinese

Il 24 ottobre scorso si è chiuso il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, iniziato sei giorni prima con lo scopo di deliberare un assetto politico, economico e sociale per i prossimi anni. Come previsto, la carica di Segretario del Partito è stata riconfermata a Xi Jinping che si troverà a governare per altri cinque anni, alla fine dei quali il Pcc si riunirà per un nuovo Congresso, come di consueto.

Fin dal 1949, quando ha preso il potere, il Partito comunista – per garantirsi la sopravvivenza – ha dovuto reinventarsi in diversi momenti difficili, per esempio dopo la strage di Piazza Tienanmen del 1989. Il Presidente Xi, considerato dopo Mao Zedong il più potente leader politico nella storia della Cina comunista, ha sottolineato, dopo la nuova nomina, come questo sia uno di quei momenti “difficili”,  annunciando che entro il 2049 il Paese avrà un nuovo volto. Porterà avanti, dunque, il lavoro che ha iniziato durante lo scorso mandato, lavoro grazie a cui è stata imposta più disciplina, sono state eliminate le fazioni interne avversarie, molti funzionari corrotti del Partito sono stati arrestati e infine l’opposizione è stata repressa. Come è stata repressa l’opposizione…? Principalmente mediante l’applicazione di una rigida censura che ha visto come primo nemico da epurare Internet. Ed è proprio su questo punto che mi voglio soffermare.

Nel 1994 l’ex vicedirettore dello IHEP (Institute of High Energy Physics)  installa il primo router e lancia online la pagina del proprio istituto. Così facendo, la Cina non dà soltanto il benvenuto a Internet ma entra anche a far parte del mondo informazionale contemporaneo, mondo che da subito spaventa il Partito. Già nell’agosto del ’96, infatti, il governo inizia a bloccare alcuni siti stranieri e nel ’98 il numero delle pagine web bloccate raggiunge un numero non trascurabile: si tratta di alcuni degli innumerevoli test del “Grande firewall cinese”, uno dei sistemi di censura più sofisticati al mondo, ufficialmente operativo dal 2003 e così denominato nel 1997 dalla rivista Wired, che ironicamente lo paragona ad una Grande muraglia con le caratteristiche del Muro di Berlino. Il Pcc, ovviamente, non è così che lo definisce: in Cina, difatti, è noto come “lo scudo d’oro”, uno scudo che filtra le notizie per il bene dei cittadini. Come funziona? Essenzialmente da un lato blocca in automatico gli IP indesiderati e censura tutte le pagine web in cui compaiono termini “proibiti”, dall’altro fornisce informazioni, motori di ricerca e social network  epurati, ovvero considerati “sani” e che quindi permettono la sopravvivenza del Partito comunista – unico partito nell’orizzonte politico cinese.

Ecco alcuni esempi: a sostituire Google e Facebook sono rispettivamente Baidu e Kaixinwang (letteralmente “la rete della felicità”); se si cerca “Tienanmen” su Baidu compaiono informazioni turistiche sulla grande piazza e nessun riferimento al massacro del 4 giugno 1989 conseguente alle proteste in favore della democrazia, nessuno riguardo l’uomo che tentò invano di fermare l’avanzata dei carri armati nella piazza… niente. E, se si inserisce più esplicitamente la ricerca “Tienanmen uomo carro armato”, l’utente cinese visualizza una schermata con su scritto «Secondo le leggi vigenti, alcuni risultati non sono visualizzabili». Lo stesso vale per siti porno, riferimenti al Dalai Lama e al Falun Gong, gruppo religioso lì ritenuto illegale.

Anche Youtube, Twitter e piattaforme affini di blogging sono controllate: intravedendo, infatti, enormi margini di profitto nella promozione di un uso innocuo del web, il Governo permette ai suoi cittadini di aprire blog in cui raccontare le proprie giornate e le infatuazioni adolescenziali,  discutere delle varie pop star ritenute modelli da seguire…. Insomma, le banalità sono ben accette perché sfruttate dal Pcc come oppiacei virtuali che di fatto soddisfano gli appetiti di molti cinesi ma non di tutti. Questi ultimi, pertanto, sono costretti a ricorrere a sistemi come le VPN (Virtual Private Network), proxy e altre scappatoie (a pagamento e non) che, grazie ad alcune falle nel Grande Firewall, permettono di accedere alla rete libera.

Il problema però non è che il sistema abbia delle falle che fra l’altro si sospetta siano volute per qualche motivo dal Partito; il problema è che in un mondo in cui internet è diventato uno strumento oramai indispensabile, quasi 700 milioni – questo è infatti l’ammontare degli utenti stanziati in Cina, ossia circa un terzo di quelli mondiali – non ne possa fare un uso libero. Un terzo!

Come ho dimostrato in un mio precedente articolo, la libertà di pensiero è un tema a me molto caro e fino a qualche giorno fa sapevo dell’intolleranza del Governo cinese ma ignoravo l’esistenza della “muraglia” virtuale. Muro che ritengo inaccettabile, data l’avanguardia oggigiorno indiscussa della Cina. Negli ultimi anni si pensava che a poco a poco tale Muraglia si sarebbe sgretolata, sarebbe caduta come il Muro di Berlino (e pertanto il paragone tra i due acquisiva maggiore senso), ma il recente discorso del Presidente Xi ha reso chiaro come invece il firewall sarà migliorato e le sue basi legali saranno rafforzate. D’altronde, per il Pcc è un motivo di vanto: il Partito infatti è in un certo senso il sovrano di internet, il mondo inafferrabile.

Come ha scritto nel 2016 Hu Xijin, il direttore del giornale di stato nazionalista Global Times, costretto a ritrattare un articolo considerato minaccioso dal governo: «La Cina ce l’ha fatta: è in grado di comunicare con il mondo esterno mentre le idee occidentali non riescono a penetrare facilmente e a diffondersi come strumenti ideologici». In sostanza, lo scudo permetterebbe al Partito di realizzare una delle sue più grandi contraddizioni: avere un’economia di mercato strettamente legata al mondo esterno ma allo stesso tempo una cultura politica isolata da “valori occidentali” come la libertà di parola e la democrazia.

Un successo, questo, per il Partito ma una limitazione enorme per un Paese che vanta una popolazione di oltre un miliardo di abitanti. Un miliardo di persone che avrebbero gli strumenti per godere di un tale beneficio quale è la rete nella sua interezza, ma che un Governo si impegna a controllare meticolosamente affinché non ci siano le basi perché essi gli si rivoltino contro.

Mi ricorda molto la realtà distopica immaginata da Orwell e descritta in 1984.

 

A cura di Virginia della Torre

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